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Un principe curdo


Editor : Luciana Tufani Date & Place : 1998, Ferrara - Italie
Preface : Mirella ScriboniPages : 164
Traduction : Flavia MilaneseISBN : 88-86780-18-4
Language : ItalianFormat : 145x210 mm
FIKP's Code : Liv. Ita. Bel. Pri. N° 7571Theme : Literature

Un principe curdo

Scènes de la vie turque, Un prince kurde [Français, Paris, ]


Un principe curdo

Cristina Trivulzio di Belgiojoso


Luciana Tufani


Un principe bello, coraggioso, generoso, innamoratissimo della moglie sdegnosa che rifiuta sia i suoi doni che il suo amore. Il Potrebbe sembrare II figlio dello sceicco o un romanzo di Delly, ma il già la vivace presentazione delle g altre mogli del principe ci ha fatto I capire di trovarci davanti a qualco- I sa di diverso.
Un principe curdo è un romanzo I condotto su un doppio registro: I quello della storia d'amore e d'avventura, appassionante e ramantica, e l'altro, in controcanto, del I commento dell'autrice che osserva e analizza i comportamenti umani, simili nella loro diversità sotto ogni I cielo.
La vicenda di Habibé e del principe I curdo evidenzia non solo la capa- I cità delle donne (occidentali ed I orientali) di agire e di scegliere - I lottando contro gli ostacoli esterni I ed interni che in entrambe le società I ne limitano la libertà di scelta - ma I anche ima complessità dell'identità dell'uomo orientale dietro lo stereo tipo dell'Oriente come luogo di I puro erotismo, di sentimenti rozzi I e, in definitiva, di assenza di senti menti.
Grazie anche al rilievo dato allo I scenario politico e sociale, la storia I narrata si sottrae al cliché dell'harem e delle sue tipologie femminili I e maschili e mostra un Oriente non I fissato in una immobilità astorica I da Mille e una notte, ma luogo di I divenire storico e sociale.


Indice

Prefazione / 7

Un principe curdo / 35

Biografia / 153

Bibliografia / 157


PREFAZIONE

Cristina Trivulzio di Belgiojoso: tra oblio e cancellazione*

«Ciò che mi fa orrore è l'oblio. Vi prego, ditemi chi è che, talvolta, vi parla di me. L'oblio non è forse una morte prematura?»
Cristina aveva orrore dell'oblio. Eppure fu proprio questa la condanna che le riservò la storia per essere stata un personaggio scomodo.

Come nota nella sua appassionata biografia l'americana Beth Archer Brombert, «[...] quando morì, nel 1871, era molto più vecchia dei suoi sessantatré anni, poiché aveva vissuto molte vite. Eppure nessuna di esse bastò a proteggerla dal suo grande timore: l'oblio»1. La sua morte, infatti, passò quasi inosservata e solo pochi familiari ed amici ne seguirono il funerale. Gli ultimi anni della sua vita li aveva spesi in ritiro, tra Milano e la villa della figlia Marie, dove si dedicava alla cura delle nipotine.

Aveva ormai perso la sua celebrata bellezza e molta della sua energia; riceveva pochi amici, spesso sdraiata sul divano a fumare il narghilè.
Il primo - a più di trent'anni dalla sua morte - che si assunse l'oneroso compito di infrangere il silenzio calato su di lei fu il giornalista e storico milanese Raffaele Barbiera, con il libro La principessa di Belgiojoso, i suoi amici, il suo tempo (1902). Barbiera è ben consapevole della difficoltà di scrivere la biografia di una donna che «ci irrita come un mistero» e nel suo libro successivo (1903), Passioni del Risorgimento, spiega in questo modo i motivi della can-cellazione di cui la principessa era stata oggetto: «Chi può contare i nemici (le nemiche soprattutto) ch'ella ebbe?... ch'ella lasciò?... Troppe cose ella doveva farsi perdonare: l'avvenenza originale, l'indipendenza, la "teatralità" della vita, le stravaganze fantastiche, le dovizie, gli omaggi ond'era circondata, e l'intelligenza: questo dono che, tante volte, è considerato un'offesa»2.

Cristina probabilmente non avrebbe avuto niente da «farsi perdonare» se si fosse limitata a recitare il suo ruolo di princi-pessa, magari permettendosi qualche eccentricità e - perché no - un po' di patriottismo; chiudendo però un occhio sulle "scappatelle" del marito - la cui vita da libertino era di pubblico dominio - e salvando così le apparenze delle ipocrite convenzioni sociali. Ma soprattutto non pretendendo di vivere una vita da protagonista.

La giovane principessa aveva invece due grossi difetti, uno più imperdonabile dell'altro: lo spirito indipendente e l'intelligenza, che le impedivano di accettare il precetto fondamentale per una donna della sua epoca: quello di non oltrepassare i confini dei ruoli definiti dalla società.
Quando decide di lasciare il marito - esasperata dal suo rifiuto di porre fine ad un'ennesima avventura extraconiugale - Cristina sente che la sua vita è stata un fallimento, ma invece di abbandonarsi allo sconforto e cercare un riparo nell'ipocrita protezione dell’ambiente aristocratico, sfida i pregiudizi e le chiacchiere e lascia Milano per dedicarsi alla politica, «una pas-sione nella quale le donne sono state quasi sempre sfortunate», come commenta ancora il Barbiera.

Il primo a decretarne l'ostracismo è il bigotto Manzoni, che la bandisce dalla cerchia delle amicizie di famiglia e anni dopo le proibirà l'ingresso in casa sua quando Cristina, nel 1841, si recherà a porgere l'ultimo saluto a Giulia Beccaria morente.

Dal momento in cui inizia a viaggiare per l'Italia prendendo contatti con i gruppi liberali, Cristina diventa V affaire Belgiojoso negli schedari della polizia austriaca e viene controllata a vista dalle spie di Torresani, per il quale la patriottica principessa si è trasformata quasi in un'ossessione personale. Neppure il provvedimento di confisca dei beni che la colpisce nel 1831 - il primo dei tre che si susseguirono nel corso della sua vita - serve a scoraggiarla e, dopo l'arrivo in Francia, affronta dignitosamente un lungo periodo di ristrettezze economiche. Più tardi, in Souvenirs dans l'exil, ricordando la figura del generale Lafayette - che intervenne presso il governo austriaco per aiutarla a recuperare le sue ricchezze - rivendicherà con orgoglio il fatto di non essersi persa d'animo e di aver vissuto modestamente, cucinando con le proprie mani frittate per le parche cene con gli amici - tra cui il più assiduo era il generale Lafayette - che si recavano a trovarla.

Le «dovizie» di cui secondo Barbiera avrebbe dovuto farsi perdonare, quindi, le vengono spesso a mancare; ogni volta che le recupera, inoltre, le usa per finanziare generosamente la causa italiana, come quando nel 1948 affitta un piroscafo a Napoli per condurre a Genova e poi a Milano — insorta contro gli Austriaci — il battaglione di volontari che si è messo ai suoi comandi.

A Parigi la belle patriote italienne domina la scena con il suo fascino carismatico, accresciuto dalla «bellezza singolare» di cui parla Barbiera. Questa stessa bellezza, però - come ogni altra cosa che la riguardi - è oggetto di continuo scrutinio, di giudizi e opinioni controverse. Agli occhi di molti la giovane principessa - con la sua pelle diafana su cui contrastano gli immensi occhi neri e i capelli corvini - appare l'incarnazione della bellezza romantica. I più malevoli ironizzano invece sul suo aspetto "spettrale" («La Principessa di Belgiojoso? Deve essere stata molto bella quando era viva», pare fosse il commendo del marito di una dama parigina3). Il più prodigo di omaggi è il poeta Heinric Heine che le indirizza numerose lettere («quel volto - le scrive tra l'altro - mi ossessiona giorno e notte, come un enigma che mi piacerebbe risolvere» 4). Il capriccioso De Musset la corteggia insistentemente, dopo la fine del suo burrascoso rapporto con George Sand, esaltandone l'enigmatica bellezza («aveva gli occhi terrificanti di una sfinge, così grandi, così grandi, che dentro di essi mi sono perso e non riesco a trovare la via d'uscita» 5).
Piccato per essere stato respinto, pubblica però sulla Revue des Deux Mondes una velenosa poesia - «Sur une morte» - che fa il giro dei salotti parigini.

Della sua bellezza, in ogni caso, Cristina non si serve mai come arma di seduzione: corteggiata e amata da molti (tra questi anche Niccolò Tommaseo, con cui però i rapporti si raffreddano quando il cattolicissimo scrittore prende posizione contro la costi-tuzione della Repubblica Romana), dopo la fine del suo matrimo-nio non ha - per lo meno pubblicamente e "ufficialmente" - altri legami. Con il marito mantiene buoni rapporti: accetta la sua richiesta di non legalizzare la separazione e il sempre gaudente principe, oltre a ricorrere frequentemente alla moglie per il paga-mento dei suoi debiti di gioco, è spesso suo ospite nella casa parigina. È da lei nel periodo precedente e successivo alla nascita di Marie, anche se poi passeranno molti anni prima del riconosci-mento legale della paternità, che fu sancito dai familiari del principe solo dopo la sua morte nel 1858.

Che il principe fosse il vero padre di Marie è stato succes-sivamente messo in dubbio 6 7; molte ipotesi sono state fatte inoltre su eventuali altri rapporti sentimentali di Cristina.
Una curiosità un po' morbosa ha suscitato in particolare il rapporto tra Cristina e il giovane Gaetano Stelzi, suo segretario per tre anni fino al 1848, quando morì di tisi. È il solito Barbiera a riportare l'episodio, effettivamente un po' curioso - la cui veridicità è stata però contestata da Malvezzi - del ritrovamento del cadavere imbalsamato di Stelzi in un armadio della proprietà di Locate della principessa durante una perquisizione della polizia austriaca.

Nella vita di Cristina di Belgiojoso rimangono dunque "ir-ritanti" (per alcuni) misteri. Questo è dovuto, però, da ima parte alla scomparsa — accidentale o procurata — di molti dei suoi documenti personali ', dall'altra alla volontà di qualcuno di trovare a tutti i costi elementi di scandalo mondano e di eccentricità nella vita di una donna la cui indipendenza andava ben al di là di una "libertà di costumi" impensabile nell'ambiente italiano, ma che non avrebbe invece destato un grande clamore nello spregiudicato ambiente parigino8.

Quello che sicuramente disturbò di più i suoi cpmtemporanei - soprattutto italiani - era invece lo sconfinamento, da parte della principessa, in terreni e domimi tradizionalmente maschili: quello della politica attiva, ma anche quello del pensiero e della scrittura, in cui Cristina spaziò attraverso temi e generi poco "consoni ad una donna": la teologia, la filosofia, la saggistica politica e il giornalismo. Il suo primo libro, Essai sur laformation du dogme catholique, pubblicato anonimamente, provocò infatti dure critiche e polemiche, chq si ripeterono all’uscita dei suoi saggi filosofici e politici.

La sua stessa attività giornalistica - tutta dedita alla causa italiana - suscita reazioni di diffidenza: attiva e prolifica colla-boratrice della prestigiosa Revue des Deux Mondes, Cristina prende la direzione della Gazzetta Italiana, divenendo così la prima donna a dirigere un giornale politico. Questa è la goccia che fa traboccare il vaso, se è vero, come riporta il Malvezzi9 10, che Terenzio Mamiani rifiutò la co-direzione poiché sembrava troppo ripugnante «che un giornale politico, primo e unico di tal fatta per l’Italia, fosse diretto da una donna».

Lo spirito indipendente e l’autonomia di pensiero di Cristina sono evidenti anche nelle sue posizioni politiche w: la sua collocazione rimane sempre esterna sia allo schieramento liberale che a quello democratico e i suoi rapporti con i rappresentanti dei due gruppi sono dialettici e critici. Pur considerando la Repubblica la forma istituzionale perfetta, nel 1848 appoggia Carlo Alberto e l'ipotesi di una monarchia costituzionale, convinta che l'unico modo di realizzare l'obiettivo dell'indipendenza e dell'unità d'Italia sia l'intervento del Piemonte e la fusione della Lombardia con il Regno Sabaudo. Dopo la firma dell’armistizio con l’Austria e la caduta di Milano si allontana però delusa dall'Italia e ripren-de i contatti con Mazzini, il quale infatti ricorre a lei per la direzione degli ospedali militari della Repubblica Romana. Anche il rapporto con lui, però, seppure basato sulla stima reciproca, attraversa momenti difficili. Il rigido Mazzini era chiaramente poco entusiasta dello spirito battagliero e dei modi diretti della principessa, come appare da ciò che scrive alla madre in una lettera del 1850: «quella donna mera un tormento pel continuo litigare che faceva con i chirurghi, medici e infermieri».

Nella dedizione alla causa italiana, nel pensiero e nell'at-tività politica, Cristina mantiene sempre la convinzione che il progresso e la libertà non possano essere separati dalla giustizia sociale e dall'eguaglianza e, cercando una soluzione a questo problema, adotta idee estranee al pensiero liberale italiano, come le teorie dei socialisti utopisti. Il progetto del falansterio messo in pratica nelle proprietà di Locate costituisce un tentativo originale di mettere in pratica queste idee.

L'importanza del collegamento con il popolo nella lotta per la libertà italiana, è sottolineato soprattutto negli articoli su «Il 1848 a Milano e a Venezia», in cui - criticando l'operato del governo provvisorio milanese — afferma: «C'è un solo accusato che non. è lecito lasciare sotto l'ombra del sospetto, è il popolo» 11.

In campo religioso, pur se sincera cattolica, non condivide l'entusiasmo di molti liberali per l'elezione di Pio IX e non appog¬gia l'idea di una confederazione di Stati Italiani sotto la guida papale. La sua diffidenza nei confronti del nuovo papa si rivela premonitrice: al momento del crollo della Repubblica Romana e del rientro a Roma di Pio IX, Cristina viene avvertita anonimamente del fatto che sul suo capo pende una denuncia per «sentimenti irreligiosi» e questo accelera la sua fuga. La natura dei presunti j «sentimenti irreligiosi» di Cristina è chiarita più tardi in una enciclica del papa ai vescovi, in cui il Santo Padre lamenta il fatto che, durante la Repubblica Romana, i feriti fossero morti tra le braccia di prostitute, riferendosi chiaramente alle -popolane romane che avevano prestato la loro assistenza negli ospedali militari diretti da Cristina. A questa poco velata accusa Cristina risponde in un articolo sul Giornale di Gorizia 12, sottolineando la dedizione nella cura dei feriti e lo sprezzo del pericolo mostrato da queste donne, forse non di «irriprensibili costumi» nella loro vita privata, ma sicuramente più di altri dotate di umanità e di spirito cristiano.

Nell’amara ironia della lettera al Papa - scritta dall'esilio in Turchia - e nella difesa appassionata delle donne che insieme a lei avevano rischiato la vita a Roma, emerge un aspetto fondamentale della personalità e del pensiero di Cristina di Belgiojoso: la distanza ironica dall'"autorità" e dalle "verità di fede" - di qualsiasi tipo esse siano - unita alla capacità di apprendere dalla verità e concretezza dell'esperienza. Allo stesso modo la sua vibrante scrittura riproduce l'immediatezza e abbondanza del vissuto e ha come alimento la forza rivoluzionaria della passione nell'incessante ricerca - da parte di una donna - della propria storia e di un linguaggio che possa esprimerla.

Alla prima biografia di Barbiera, sono seguiti molti scritti su Cristina. In tutto ciò che è stato detto di lei - con interesse e passione, con curiosità, irritazione e a volte morbosità - Cristina sembra in qualche modo eludere le parole che hanno cercato di definirla e contenerla, come nei celebri ritratti che ne sono stati fatti, dove il suo sguardo intenso ed ironico sembra guardare oltre, al di là dello sguardo di chi lo osserva. «Heroine romantique», «principessa rivoluzionaria», «uccello dallo strano piumaggio», «foemina sexu, ingenio vir» 13, «donna più che donna» I4, rimane avvolta nelle pieghe delle sue vesti come in un velo che la protegge da sguardi indiscreti, lasciando senza risposta la domanda su quali delle vite che ha vissuto, delle parole che la riguardano e dei ritratti che la raffigurano siano quelli che la contengono tutta.

Esule e nomade.

«Sì, amica mia, avete ragione, è necessario cambiare il corso delle mie idee e rompere momentaneamente con la politica. Ma io non posso sottrarre alle mie facoltà il loro alimento principale senza sostituirgli niente. Nutrirmi di rimpianti è cosa che ripu¬gna alla mia natura. Se è necessario rinunciare alla realizzazione delle mie aspirazioni riguardanti l'Italia, voglio abbracciare un genere di vita che mi offra nuove fonti di interesse, bisogna che la nuova esistenza uccida il ricordo della vecchia, o almeno quanto questo ricordo contiene di troppo straziante»15.

Quando Cristina arriva in Turchia è doppiamente esule. Lascia dietro di sé due patrie: l'Italia - luogo di passione e dedizione politica - e la Francia, terra del primo esilio divenuta ...

* Questa introduzione riproduce quella curata da Mirella Scriboni per il ro-manzo Emina, Ferrara, Tufani, 1997.

(1) Beth Archer Brombert, Christina. Portrait of a Princess, p. 235.
(2) Raffaele Barbiera, Passioni del Risorgimento, p. VII.
(3) Riportato da Beth Archer Brombert, op. cit., p. 76
(4) Lettere riportate da B. Archer Brombert, op. cit., p. 243 e segg.
(5) Riportato da B. Archer Brombert, op. cit., p. 244.
(6) In particolare B. Archer Brombert, sulla base delle lettere di Cristina a Mignet, sostiene - convincentemente - che tra la principessa e «le beau Mignet» ci sia stata una lunga relazione amorosa, di cui Marie sarebbe il frutto.
(7) Come informa la ben documentata B. Archer Brombert, mancano, tra le carte di Cristina, tutte le lettere di Mignet. Manca anche, sia tra le carte della principessa che tra quelle di George Sand, una qualsiasi prova che tra le due scrittrici esistessero rapporti; cosa molto strana, vista la coincidenza degli ambienti e delle persone frequentate e anche il fatto che entrambe scrivevano regolarmente sulla Revue des Deux Mondes.
(8) Tra i più recenti scritti di stampo voyeuristico sulla principessa è quello di Arrigo Petacco, La misteriosa storia della dama del Risorgimento: Cristina di Belgiojoso. Alludendo ad un possibile rapporto lesbico con George Sand, Petacco si chiede: «Cristina provò veramente il fascino di quell'abisso? Probabilmente sì».
(9) Malvezzi de' Medici, Aldobrandino, Cristina di Belgiojoso, voi. Ili, p. 32.
(10) Dello sviluppo del pensiero e delle posizioni politiche di Cristina parla approfonditamente Sandro Bortone nella prefazione a II 1848 a Milano e a Venezia (op. cit.).
(11) Il 1848 a Milano e Venezia (a cura di S. Bortone), p. 116.
(12) Riportato da B. Archer Brombert, op. cit., p. 192.
(13) Come la definì il contemporaneo e amico Victor Cousin.
(14) È il titolo della biografia-romanzo di Giulio Caprini (1946).
(15) Souvenirs dans l'exil, p. 43.


Cristina Trivulzio di Belgiojoso

Un principe curdo

Luciana Tufani

Luciana Tufani Editrice
Un principe curdo
Cristina Trivulzio di Belgiojoso

le classiche 9

Traduzione e di
Flavia Milanese
Prefazione e cura di
Mirella Scriboni

Titolo originale:
Un prince kurde da Scènes de la vie turque

© 1998, Luciana Tufani Editrice ’
via Ticchioni 38/1, 44100 Ferrara
tel./fax 0532/53186
e.mail: tufani@mbox.4net.it
http: / / www.intemos.it/tufani

ISBN 88-86780-18-4

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