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Dossier Irak: un dittatore e le sue guerre


Éditeur : Compte d'auteur Date & Lieu : 1992, Roma
Préface : Pages : 106
Traduction : ISBN :
Langue : ItalienFormat : 110x180 mm
Code FIKP : Liv. Ita. Com. Dos. N°2248Thème : Général

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Dossier Irak: un dittatore e le sue guerre

Dossier Irak: un dittatore e le sue guerre

Comitato Italiano Helsinki

Compte d’auteur


Negli ultimi anni, in Medio Oriente - una parfe del mondo dove pure diritti umani e diritti dei popoli non hanno mai goduto di particolare rispetto - le vicende di cui è stato ed è protagonista Saddam Hussein spiccano per la singolare efferatezza e la gravità delle conseguenze per tutta l’area e la situazione internazionale. Dopo due guerre disastrose, contro Iran e Kuwait, e il massacro degli oppositori interni (curdi e sciiti) oggi Saddam Hussein sembra voler lanciare di nuovo la sua sfida al mondo intero, eludendo in vario modo le sanzioni dell’ONU conseguenti alla sconfitta in Kuwait, e accarezzando impossibili sogni di riarmo e di rivincita. E ancora una volta è il popolo dell’Irak a subire le maggiori sofferenze per l'atteggiamento e le scelte del dittatore.

Il Comitato Italiano Helsinki, con iniziative di sensibilizzazione e missioni esplorative - l’ultima in Kurdistan nel marzo scorso - ha sempre cercato di tener fede a un impegno e ad un auspicio: che i principi di democratizzazione e di rispetto dei diritti umani e civili che già informarono l'Atto Finale della Conferenza di Helsinki nel 1975 - il quale ha posto le radici del grande processo di rinnovamento politico e civile dell’Europa - si estendano anche agli Stati rivieraschi non firmatari del Mediterraneo e al Medio Oriente. A questo auspicio e a questo impegno cerca di corrispondere anche il presente libro.



Mario Baccianini, giornalista di «Avanti!», Direttore del Centro culturale Mondoperaio
Luca Nicosia, giornalista dell’Agenzia giornalistica ADNKronos
Peter Sluglett, Ricercatore del Centre for Middle Eastem and Islamic Studies dell’Università di Durham, G.B.
Antonio Stango, segretario generale del Comitato Italiano Helsinki, membro dell’International board dell’Helsinki Federation fo,r Human Rights
Livio Vanghetti, giornalista dell’Agenzia giornalistica ADNKronos

 



PREFAZIONE


di Antonio Stango

Per decenni l’Europa è rimasta bloccata nell’assetto di Yalta. Ai suoi confini, fra il Medio Oriente e i Asia centrale, sì susseguivano intanto conflitti armati dì enorme portata distruttiva, solitamente sottovalutati e talvolta quasi dimenticati dal mondo occidentale. Le guerre arabo-israeliane, l’invasione e la guerra dell’Afghanistan, la guerra del Golfo fra Irak ed Iran sono soltanto gli esempi maggiori di una serie di politiche di aggressione, di distruzione e di disprezzo per la vita di interi popoli culminate nella seconda guerra del Golfo, iniziata il 2 Agosto del '90 con l’invasione del Kuwait ma della quale l’opinione pubblica internazionale si è resa conto con improvvisa attenzione solo al momento dell’intervento delle Nazioni Unite.

Ciascuno di questi conflitti è stato voluto e scatenato da un regime dittatoriale: da quelli arabi, clic hanno più volte cercato di eliminare lo Stato israeliano, al Cremlino sovietico, lino a giungere al caso di Saddam Hussein. Con lui siamo in presenza del paradigma più ampio di dittatura mediorientale: negli anni del suo potere non solamente ha gettato l'Irak nei due conflitti più disastrosi dell’area, di pari passo con una repressione dogli oppositori interni di scala non inferiore a quella dei regimi vicini; ma ha condotto una vera campagna di sterminio nei confronti di uno dei popoli presenti all’interno degli stessi confini iracheni: i curdi, tuttora privi di un loro Stato e condannati dalla storia ad essere vittime - in vario grado - dell'autoritarismo turco, della dittatura di Assad in Siria, della repressione dello scià prima e di quella khomeinista poi in Iran. Solo Saddam Hussein, tuttavia, si è spinto fino al massacro con il gas di migliaia di curdi, non pago della distruzione di oltre quattromila villaggi e della deportazione in massa dei loro abitanti.

Non solo. Con Saddam Hussein, in modo non dissimile da quanto avviene in altri Paesi del Terzo Mondo ma in misura probabilmente più grave, assistiamo anche al tentativo di giungere in tempi rapidi al possesso dell’arma atomica, accanto alla produzione di armamenti chimici peraltro già adoperati in più occasioni. Ed è cosa ormai nota che dopo la frantumazione dell’impero sovietico l'urgente bisogno di finanziamenti da parte delle repubbliche ex sovietiche produttrici di uranio e di tecnologia nucleare contribuisce ad aumentare il rischio di una proliferazione atomica generalizzata in Stati retti da regimi dittatoriali ed espansionisti che non esiterebbero a farvi ricorso.

Fermare Saddam Hussein, dunque, e a partire dal suo caso bloccare ogni altro regime che voglia seguirne la strada, resta per noi un imperativo urgente dì politica internazionale, vitale per l'Europa, per il Medio Oriente, per il pianeta. Abbiamo visto negli ultimi anni come il crollo del muro e la fine uno dopo l'altro dei regimi comunisti europei (mentre però ancora Cina, Sud Est asiatico e Cuba restano soffocate da quel totalitarismo) non abbia portato immediatamente dovunque alla democrazia e ad un paci-co rispetto delle nazionalità tornate indipendenti. Il tentativo stalinista di dichiarare conclusa la storia del vecchio continente, disconoscendo etnie, culture ed idealità fra loro tanto diverse, non poteva del resto che portare ad un accendersi sotterraneo di un magma pronto ad emergere dalla prima breccia. Tuttavia, mano a mano che i Paesi europei riescono a conquistare un nuovo equilibrio, basato sulla libertà, l'interscambio e l’integrazione in luogo della paura, della diffidenza e della chiusura, essi non possono non porsi come prioritario il problema di quanto si agita così pericolosamente a poche centinaia di chilometri.

Quando, nel 1975, le radici del grande processo di ricomposizione politica e civile continentale vennero poste a Helsinki con la firma dell’Atto Finale della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa, quel documento conteneva un breve capitolo (quasi soltanto una generica dichiarazione di intenti) relativo al Mediterraneo, con la prospettiva di includere in un analogo processo gli Stati rivieraschi non firmatari. Oggi - ed è questo il motivo del lavoro del Comitato Italiano Helsinki in questo campo, dalle manifestazioni c tavole rotonde promosse negli ultimi anni alla missione in Kurdistan nel Marzo scorso e alla pubblicazione di questo volume che si avvale dei contributi di tre giornalisti italiani e di uno studioso inglese - crediamo sia giunto il momento di riprendere con vigore quell’impegno, estendendolo a tutti i Paesi dell’area medio-orientale.

Gli anni Ottanta hanno dimostrato che nessun assetto di politica internazionale è immutabile, e che per contro il rischio di mantenere al potere i vari Saddam Hussein - poiché tali regimi si reggono solo grazie all’indifferenza o la complicità dei Paesi democratici - non può più essere corso. Un impegno attivo per la democratizzazione ed il rispetto assoluto dei diritti umani e civili, garanzia principale della sicurezza, è quello che ci sentiamo di chiedere, anche con il supporto di queste pagine, al governo italiano ed agli altri Stati partecipanti alla Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa, nonché a quella Comunità Europea ed a quell’ONU che, sempre più, sono chiamati ad assumersi con urgenza un ruolo di grande responsabilità.

Maggio 1992



Irak e Kuwait tra cronaca e storia

di Mario Baccianini

L’invasione del Kuwait e la guerra


A che cosa pensava Saddam Hussein il 2 di agosto del 1990, quando decise di invadere il piccolo Emirato del Kuwait, «una città Stato che falleggia su un mare di petrolio», secondo la ridante definizione di Igor Man? «Forse, effettivamente, ad invadere l’Arabia Saudita - ha dichiarato, in un’intervista a chi scrive, uno tra i più noti islamisti europei, Maxime Rodinson -se ciò fosse stato possibile. Forse ha ripiegato sull’obiettivo minimo del Kuwait. Ma è un obiettivo minimo, per così dire, che rientra certamente nelle virtualità e nei sogni di espansione della potenza irachena».

Rodinson ci ha rilasciato questa dichiarazione poche ore prima che l’aviazione americana versasse tonnellate di bombe su Bagdad, nella notte fra il 16 e il 17 gennaio 1991. Chi conosce la storia di questa regione dall’antichità, - osservava Rodinson - scorge concordanze sorprendenti con il passato. Anche la politica dell’Irak verso il Kuwait sembra essere una ...

 




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