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Lo Shatt Al-'Arab


Auteur : Vincenzo Strika
Éditeur : Istituto Universitario Orientale Date & Lieu : 1983, Napoli
Préface : Pages : 154
Traduction : ISBN :
Langue : ItalienFormat : 160x235 mm
Code FIKP : Liv. Ita. Str. Sha. N°925Thème : Général

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Lo Shatt Al-'Arab

Lo Shatt Al-'Arab

Vincenzo Strika

Istituto Universitario Orientale

Non pochi studiosi attribuiscono alla complessità etnica e religiosa dell’Iraq i suoi maggiori problemi. Nel 1921 la popolazione era di 2.849.282 abitanti così distribuiti: 2.640.700 musulmani (800.000 dei quali nomadi); 87.488 ebrei e 78.792 cristiani, questi ultimi distribuiti in varie comunità, parte appartenenti alla Chiesa romana, parte alle varie chiese d Oriente. Esistevano poi piccole comunità di yazidi, mandei e bahà i. Quanto ai musulmani: 1.492.015 erano sciiti e 1.131.685 sunniti. Etnicamente gli arabi erano 2.206.192, i curdi 499.336, i persiani 80.908, 60.493 i turcomanni e 87.488 gli ebrei1.

Nel 1958 2 * la popolazione irachena era salita a 4.450.000 unità, di cui 3.568.000 arabi, 792.000 curdi, 40.000 persiani, 190.000 cristiani, 15.000 ebrei ecc. Degli arabi 1.400.000 erano sunniti e 2.100.000 sciiti. Avremmo quindi una netta superiorità della comunità sciita, ma tenendo conto che i Curdi sono in massima parte sunniti le due comunità sono circa uguali. Ma come si sa la comunità curda mal si riconosce nello stato iracheno e costituisce un problema ...



PREMESSA

Le ragioni della controversia tra Iran e ‘Iraq risalgono all’incertezza dei confini tra l’impero ottomano e la Persia, cui i trattati del 1639, 1746, 1823 e 1847 1 invano tentarono una soluzione. Quando poi gli accentuati interessi delle grandi potenze portarono i due paesi agli accordi del 1913, la grande guerra creò nuovi ostacoli, prima con la mancata ratifica degli accordi stessi, poi con il mandato britannico in ‘Iraq e la creazione quivi di un regno artefatto.
L’avvento in Persia della dinastia Pahlavì, nazionalista sul modello di quanto succedeva negli stessi anni in Turchia diede un’impronta più pesante alla questione. Motivazioni tecniche e giuridiche sono state rivendicate da una parte e dall’altra, né il diritto intemazionale è in grado di darne una risposta precisa, al di là delle raccomandazioni di rito.

Alle ragioni storiche e politiche si devono aggiungere altre di carattere psicologico e razziale che risalgono ai tempi più antichi, l’Tràq potendosi considerare l’avanguardia orientale del mondo semita, difesa dello stesso contro l’Iran indo-europeo con tutte le conseguenze di merito emerse nel corso dei secoli, quando l’una o l’altra nazione prevaricava sull altra accentuando le rivalità e l’astio reciproco. L’affermarsi in Persia nel xvi secolo del credo sciita contrapposto a quello sunnita ottomano ha offerto l’ulteriore motivo di contrasto con persecuzioni e discriminazioni reciproche. Finalmente la stessa composizione etnica e religiosa dei due contendenti, lungi dalla declamata univocità, lascia perplesso 1 osservatore neutrale. L’Tràq con la sua larga minoranza curda, i cristiani, gli yazidi, i mandei e soprattutto gli sciiti, manca di una composizione nazionale omogenea, ove si tenga presente che i seguaci della shVah superano la componente sunnita della popolazione e sono in taluni casi di origine persiana. Ma l’Iran non si trova in condizioni migliori con gli arabi del Khuzi-stàn, i curdi e i turchi delle province settentrionali, circa 10.000.000, tutti sunniti 2.

Ma le ragioni che abbiamo elencate non sarebbero sufficienti a giustificare la tenacia con la quale i due contendenti difendono le proprietesi senza alcune considerazioni di carattere economico. Per l’Tràq Bassora e lo Shatt al-arab rappresentano l’unico sbocco al mare, tanto più necessario per un’economia in espansione come quella irachena. Per la Persia Khurramshahr e ‘Abàdàn sono i porti principali del Khùzistàn, la più ricca provincia agricola e petrolifera del paese. La rivoluzione industriale è penetrata in entrambi i paesi dalle province meridionali acuendo le tensioni non appena apparvero le prime navi a vapore.

Non si capisce infatti la lunga controversia che seguì l’applicazione del trattato del 1847, se non si tiene presente l’incombente apertura alla navigazione a vapore sull’Eufrate, sul Tigri3 e sul Kàrùn4 con tutti i collegamenti che si prospettavano con l’India, il Mediterraneo e la Gran Bretagna, situazione che avrebbe riportato l’area in questione a quello splendore che era venuto a cessare con l’espansione ottomana e l’apertura della via delle Indie per il Capo di Buona Speranza. È ben vero che il Canale di Suez tolse alla Mesopotamia quell’importanza che a un certo punto sembrava delinearsi, ma qualche decennio dopo le scoperte petrolifere, riportarono prima la Persia, poi la Mesopotamia e il Golfo a un ruolo di primaria importanza.
Questa situazione era già operante alla vigilia della I guerra mondiale, ma si sviluppò ulteriormente con le sue conseguenze e il moltiplicarsi della produzione petrolifera. La ferrovia di Baghdad aveva portato nel cuore degli interessi inglesi, la Germania che intorno al 1900 assieme agli Stati Uniti aveva superato la produzione industriale britannica, fino al 1890 la prima del mondo. Da qui l’acuirsi degli interessi inglesi, il trattato anglo-russo del 1907 che poneva fine all’antica rivalità, l’accentuarsi della penetrazione tedesca 5.

Né la Persia, né l’impero ottomano rimasero inattivi di fronte a questo movimento di interessi che sembrava schiacciarli, specialmente, per la fragilità del proprio sistema economico che costringeva entrambi a onerosi debiti e interventi stranieri ogniqualvolta si prospettava un investimento di una certa portata. La Turchia cercò di rafforzare le proprie posizioni nel Golfo e nella penisola arabica cozzando con gli interessi britannici, giungendo persino a costruire un forte ad al-Fàw6, all’imboccatura dello Shatt al-arab per controllarne la navigazione; la Persia sviluppando l’am-ministrazione centrale nelle province limitrofe che avrebbe dovuto togliere ogni dubbio sulla loro sovranità che tra l’altro per l’impotenza persiana era ancora oggetto di contestazione da parte ottomana. Bisogna ricordare che i porti persiani del Golfo erano separati daU’interno da impervie montagne, mentre era relativamente facile raggiungere il cuore del Khùzistàn mediante il Kàrùn aperto alla navigazione a vapore dalla Lynch Co. nel 1881. Questo spiega le difficoltà di Teheran neU’amministrare direttamente queste regioni.

Durante la I guerra mondiale, necessità militari portarono al potenziamento di alcune strade, come quella che collegava Ahwàz, capoluogo del Khùzistàn con Isfahan e Bassora. Un’altra arteria collegava la frontiera irachena (Khàniqin) con il Mar Caspio. Anch’essa era stata costruita durante la guerra7 8 *. Altre strade furono costruite o migliorate nel dopoguerra, tutte miravano a migliorare i collegamenti tra la capitale e le province meridionali, il che è tanto più significativo quando si pensa che alla vigilia della guerra la Persia non possedeva alcuna strada carreggiabile in queste province. A coronamento di questo processo nel 1928 era inaugurata la « strada nazionale » da Teheran a Khurràmshahr 8, il porto ceduto dalla Turchia con il trattato del 1847 9. Con gli accordi del 1913 il suo ancoraggio era stato ampliato e con l’aiuto di maestranze italiane si andavano migliorando le istallazioni portuali nell’intento di fare concorrenza a Bassora 10, più distante dall’imboccatura dello Shatt, evento che prima i Turchi poi gli Iracheni hanno sempre paventato. Era per la Persia una corsa a una nuova frontiera che in Rizà Shàh trovò l’uomo forte in grado di sfruttare la nuova situazione, anche per l’ascendente intemazionale che il suo paese stava acquistando con il petrolio, il primo del Medio Oriente. La soppressione dello sceiccato di al-Muhammarah che governava il Khù-zistan e il potenziamento dell’amministrazione diretta nel retroterra sudorientale rientrano in questa presa di coscienza dell’importanza economica e quindi anche strategica della regione che Teheran coronerà facendo di ‘Abàdàn uno dei maggiori scali dell’Asia 11 e costruendo la ferrovia transiraniana 12 13, prudentemente fatta arrivare a Bandar Shàpùr nelle aperte acque del Golfo invece che in quelle contrastate dello Shatt al-arab, ma poi collegata alla stessa a Khurramshahr, in previsione di una sistemazione della controversia.

Per l’Tràq che era subentrato all’impero ottomano e ne aveva ereditato oneri e diritti, le iniziative persiane erano quanto di più deleterio si possa immaginare e spesso si scontravano con le proprie U Infatti, in un modo o nell’altro, esse minavano la propria supremazia sullo Shatt, con 1’aggravante rispetto alla Turchia che l’Tràq, paese arabo e nazionalista, nutriva aspirazioni più legittime della Turchia nei confronti degli arabi dell’altra sponda dello Shatt. Non solo, ma Bassora, situata più a settentrione di ‘Abàdàn e Khurràmshahr e unico sbocco al mare del paese, era seriamente minacciata. Da qui due posizioni ugualmente legittime: l’Iran che spinto da una politica nazionalistica cercava di allargare i propri diritti, evitando dazi e piloti iracheni che i trattati o la consuetudine avevano consacrato all’ingresso dello Shatt e dall’altra l’Tràq impegnato alla loro difesa, convinto che qualsiasi concessione in merito indeboliva la sua sovranità. La puntigliosità con la quale le due parti hanno difeso i rispettivi punti di vista riflette tutti questi precedenti, ma anche le scoperte del petrolio e di conseguenza il nuovo ruolo del Golfo. Il trattato del 1937 cercò di porre ordine alla questione, ampliando l’ancoraggio di ‘Abàdàn14 e prospettando per la navigazione sullo Shatt una convenzione che la seconda guerra mondiale e una certa neghittosità irachena hanno ripetutamente rimandato. È probabile che in nome di una comune solidarietà antisovietica il problema sarebbe stato risolto, ma i fatti iracheni del 58, il relativo avvicinamento dell’‘Iraq all’Unione Sovietica rimisero in discussione l’intero problema sul quale doveva sempre più pesare il potenziale militare dell’Iran che con il ritiro della Gran Bretagna dal Golfo nel 1971, diveniva nella strategia americana il « guardiano del Golfo»: aperta sfida all’‘Iraq, meno popolare in Occidente, ma animato da spinte nazionalistiche non meno forti di quelle persiane. Gli accordi di Algeri del 1975 non sono stati, come dichiarato da Saddàm Husain un « prodotto delle circostanze » 15, ma una realistica valutazione dell’inferiorità politica e militare dell’‘Iràq, tanto più ingrata ai dirigenti iracheni dal momento che a loro giudizio l’Iraq aveva sempre subito l’iniziativa persiana. L’avvento di Khumaini e il disgregamento del potenziale militare iraniano sembrò quindi la grande occasione, l’« adesso o mai più » suonò come parola d’ordine a Baghdad, accentuata dai propositi persiani di esportare la rivoluzione islamica nei paesi del Golfo e nello stesso ‘Iràq. Non sarà inutile prima di traversare le varie fasi della controversia accennare ad alcuni problemi collaterali che costituiscono lo sfondo del problema.

1 Cfr. pp. 129 sgg.
2 Cfr. F. Tana, Le minoranze dell’Iran, in Relazioni internazionali, 14, 1979, pp. 302-303.
3 Cfr. p. 59.
4 Cfr. p. 35.
5 Cfr. p. 61.
6 Cfr. pp. 59 sgg.
7 Cfr. Elio Migliorini, Strade e commercio dell'Iran, Milano 1979, pp. 41-42.
8 Ibid., pp. 46-48.
9 Cfr. pp. 134-5.
10 Cfr. Elio Migliorini, op. cit., p. 47.
11 Ibid., pp. 63-64.
12 Ibid., pp. 55 sgg.
13 Ad esempio, l’oleodotto progettato da Zubair a Fàw (cf. Oriente Moderno, 1952, p. 259).
14 Cfr. pp. 144-146.
15 Cfr. p. 118.



LA RIVALITÀ TRA SCIITI E SUNNITI

Non pochi studiosi attribuiscono alla complessità etnica e religiosa dell’Iraq i suoi maggiori problemi. Nel 1921 la popolazione era di 2.849.282 abitanti così distribuiti: 2.640.700 musulmani (800.000 dei quali nomadi); 87.488 ebrei e 78.792 cristiani, questi ultimi distribuiti in varie comunità, parte appartenenti alla Chiesa romana, parte alle varie chiese d Oriente. Esistevano poi piccole comunità di yazidi, mandei e bahà i. Quanto ai musulmani: 1.492.015 erano sciiti e 1.131.685 sunniti. Etnicamente gli arabi erano 2.206.192, i curdi 499.336, i persiani 80.908, 60.493 i turcomanni e 87.488 gli ebrei1.

Nel 1958 2 * la popolazione irachena era salita a 4.450.000 unità, di cui 3.568.000 arabi, 792.000 curdi, 40.000 persiani, 190.000 cristiani, 15.000 ebrei ecc. Degli arabi 1.400.000 erano sunniti e 2.100.000 sciiti. Avremmo quindi una netta superiorità della comunità sciita, ma tenendo conto che i Curdi sono in massima parte sunniti le due comunità sono circa uguali. Ma come si sa la comunità curda mal si riconosce nello stato iracheno e costituisce un problema a se stante. Nelle Città Sante, il Lorimer dava all’inizio del secolo una popolazione mista, araba e persiana. A Nagaf su 30.000 abitanti, i persiani erano 1/3. A Karbalà’ su 50.000 abitanti, 3/4 erano persiani 3, Confrontando questi dati con quelli precedenti, si nota una graduale diminuzione della comunità persiana. Quanto ai cristiani, essi dimenticando le vecchie rivalità costituiscono una comunità etnicamentne araba, molto avanzata e nel complesso ossequiosa al potere costituito, tale che questo ne può usare senza esserne minacciato. Bisogna ricordare che il ba th ha superato le differenze religiose sulla base di una comune etnia araba 4. ...

1 Cfr. Annuaire du Monde Musulman, 1923. Con poche varianti i dati si trovano in: Z. Y. Hershlog, Introduction to thè Modem Economie History of thè Middle East, Leiden 1964, p. 228.
2 Cfr. D. G. Adams, Iraq peoples and resources, Berkeley and Los Angeles 1958,
Cahiers du monde musulman, XLIV, 1960, p. 272.
3 Cfr. J. G. Lorimer, II b, Geogr. and Statistical, pp. 1310. 1311; II a, p. 976.
4 si veda la costituzione del 1958 al «secondo principio» che fa esplicita menzione della libertà religiosa. Inoltre, nella parte riguardante l’istruzione e l’insegnamento si insiste sul «ragionamento scientifico» e sulla necessità di combattere le «superstizioni» (cfr. Sylvia G. Haim, Arab Nationalism: An Anthology, Los Angeles 1962; John




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